L’ultimo Cavaliere

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Lo scudo di Aiace Telamonio era il più grande dell’esercito Acheo ed era anche la sua arma migliore, un arma di difesa. Alzare lo scudo in difesa di un amico, di una pulzella o di un ideale è la regola di vita di un uomo votato al bene e che cerca ogni istante della propria esistenza di compierne. Sembrano favole, storie incantate e fittizie, ma non è così, a volte si ha la fortuna di veder oscurato il sole perché qualcuno ha alzato il braccio proteggendoti  con il suo scudo. Nel bel mezzo di una riunione, quelle importanti in cui si decidono grandi cambiamenti, dopo aver esposto le mie idee venni inondato da taglienti e velenose domande da parte di un partecipante, dovevo stare molto attento a replicare, ponderare bene le parole e soppesare i pensieri da enunciare. Presi tempo, respiravo piano, poi iniziai a parlare contestando punto per punto le affermazioni che mi erano state poste. Dissi la mia, ma ancora le mie congetture non avevano dipanato la matassa e fra i partecipanti serpeggiava ancora inquietudine e dubbi. Poi il sole si oscurò, uno scudo tra le file si alzò in aria proteggendomi. Benson alzatosi dalla sedia con un libro in mano iniziò a citare un verso, poi due. Tutte quelle parole pronunciate come una preghiera, colmavano le mie omissioni e facevano completamente comprendere a pieno a tutti i partecipanti ciò che avevo enunciato e proposto, scarnificando e distruggendo tutte le accuse e le insinuazioni rivoltemi dall’astuto interrogatore a cui non piacevono le mie idee. La difesa era stata portata a suo compimento, lo scudo alzato, un gesto fraterno consumato. Benson è nato in un piccolissimo villaggio della Brong Ahafo Region, ed è cresciuto con sua nonna materna. Il nucleo famigliare composto da fratelli e cugini viveva assieme in una modesta casa. La nonna era una coltivatrice e credo che la sua passione per l’agricoltura e la natura gli sia stata trasmessa da lei, come la mia passione per l’Africa mi è stata trasmessa da mia nonna. Un’altra cosa che abbiamo in comune è l’amore per gli alberi, questi enormi esseri sensienti che ricordano anch’essi la protezione, il perdurare, le forti radici come forti valori. I contadini del Don Bosco center mi hanno raccontato che Benson si arrabbia molto quando viene tagliato un albero senza motivo. Mi trovavo nel field del Don Bosco e stavano tagliando un enorme albero per far posto a campi da coltivare, il contadino mi si avvicina e con voce flebile mi dice: “ Se Benson fosse qui, non lo avrebbe permesso”. Subito mi sovvenne quando anch’io presi le difese della vecchia quercia che si trova nel giardino del mio vicino in Italia. Mi ricordo che volevano tagliarla ed io lo impedii, minancciando i moderni boscaioli armati di seghe dentate di denunciarli alla forestale. In cuor mio so che lei mi ha sempre ringraziato per questo folle verde gesto. In questa visione della vita e del creato mi ritrovo perfettamente con Benson, anche se veniamo da continenti e mondi diversi, lontani nelle usanze ma strettamente vicini nei valori. IMG_0251Il giorno più oscuro della vita di Benson fu quando all’età di circa 12 o 13 anni la nonna lo andò a trovare nel campo, dove era intento a coltivare. Si sedettero sotto un grande albero, amo immaginare che fosse stato un mango, uno di quei grandi e verdi manghi dell’Africa Occidentale dove sotto di esso brulica la vita. I bambini vi studiano ed i vecchi raccontano sagge ed antiche storie figlie del deserto o di regni ormai dimenticati. La nonna con commozione gli disse che non poteva più permettersi di pagare le rette scolastiche e quindi doveva smettere di andare a scuola. Per Benson fu un dolore immenso perché non c’è cosa che ama di più al mondo, studiare. I suoi occhi si persero tra i minuscoli rivoli dell’acqua che utilizzava per annaffiare gli ortaggi, come quei rivoli che di li  a poco si sarebbero asciugati lasciando terra riarsa, anche i sogni di Benson sarebbero arsi sotto il sole d’Africa agognando un’ombra che nessuno poteva donargli. Ma la nonna continuava a parlargli e gli disse; – Benson, forse c’è una possibilità, mi hanno detto che a Sunyani c’è un’associazione, dei religiosi, non lo so… ma forse loro possono aiutarti e prenderti con se, magari ti possono far studiare -. Così la nonna investì tutti i suoi risparmi per pagare un taxi a tutti e due dal loro villaggio al capoluogo della regione Sunyani, circa 70 km. Così i due intrapresero questo viaggio ma arrivati a Sunyani la gente gli disse che coloro che stavano cercando, i Salesiani di Don Bosco, non sono a Sunyani ma ad Odumase, una piccola frazione lontana 7 km. Purtroppo non avevano più soldi e dovetterò camminare sotto il sole battente prima di arrivare ad Odumase. Una volta entrati nel compound salesiano la nonna chiese se Benson poteva restare a vivere con loro, argomentò che poteva fare qualunque lavoro e magari andare a scuola. I Salesiani accolsero Benson fra le proprie mure, lo accolsero nel Boys Home, una casa per ragazzi vulnerabili. Quel giorno Benson ottenne l’opportunità di studiare. Per noi che veniamo dall’Europa, lo sudio è un diritto inalienabile, per la stragrande maggioranza dei luoghi al mondo è solo una chance che può capitare solo una volta nella vita. Benson iniziò la scuola secondaria ma i primi esami furono un disastro, era l’ultimo della classe. Ma non si scoraggiò, anzi realizzò che stava gettando al vento la sua grande occassione, la sua grande passione di studiare. Così si rimboccò le maniche e studiò forte, studiò molto. Da ultimo della classe diventò il primo. Le sue abilità e la sua intelligenzia crebbero giorno dopo giorno così i Salesiani decisero di pagargli anche l’Università. Scelse agraria, l’agricoltura è la cosa che ama di più. Da Sunyani si trasferì ad Accra, alla University of Ghana. Anche gli studi universitari furono un successo e fresco di laurea venne poi contrattato sempre dai Salesiani a lavorare nel PDO – Project Development Office. Senza l’aiuto di Don Bosco non avrebbe mai potuto raggiungere tutti questi traguardi, donare un’opportunità è la cosa più buona che si può fare, per fortuna c’è ancora chi spende una vita per donarla. Ma la storia non finisce ancora qua. Nel novembre del 2016 io e Benson abbiamo avuto il grande onore di rappresentare Don Bosco e presentare il nostro progetto di sviluppo sostenibile al COP22 di Marrakech, la 22a Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Mi ricordo la preparazione di quell’evento, ci rincorrevamo tra tra i nostri uffici , preparando i visti, i documenti ed il nostro intervento. Mi ricordo passeggiare la sera prima della conferenza per le vie piene di spezie della rossa Marrakech, inondati dalla pallida luce della luna. Ogni profumo era nuovo per noi, l’emozione di partecipare ad una conferenza di tale importanza era una sensazione di pace ed adrenalinica allo stesso tempo. Faceva freddo, noi che venivamo da un caldo tropicale, ci ritrovavamo ai piedi dell’Atlante innevato. La Medina era un labirinto, più di una volta ci siamo persi in strade che ricordavano i racconti delle Mille e una notte, venditori di carne alla bracce, saltimbanco, guitti ed astuti droghieri. Un carnevale orientale ci aveva accolto nella città rossa, stanchi e ipnotizzati dalle mille facce della città ci ritirammo a dormire pensando che ce l’avevamo fatta. Entrambi dopo mille e diversi sacrifici potevamo dire di star per presentare un nostro progetto in una Conferenza delle Nazioni Unite. L’indomani presso il padiglione della società civile abbiamo esposto il nostro progetto, spiegando le nostre attvità ed i nostri obiettivi da raggiungere. In perfetta sinergia, come le foglie autunnali cadano per lasciar posto a nuove gemme primaverili, anche noi cadenzavamo il nostro discorso in successione. Benson in inglese recideva le foglie autunnali, io in francese facevo sbocciare le gemme primaverili. Come una sinfonia, rispettando minuziosamente i tempi, spiegavamo alla platea in inglese e francese il nostro progetto. Non era la prima volta per noi, ci eravamo allenati bene, infatti ogni volta che viaggiamo assieme per la Brong Ahafo Region, parliamo di progetti ed implementazione di attività. Nei nostri viaggi, lì nascono i nostri progetti, perché la luce del crepuscolo attenua gli ostacoli e ci dà forza per vedere attraverso di essi, nulla è impossibile, nulla è distante. A volte quando le tenebre ed il vento sono lì a ghermirmi, ho la tentazione di mollare tutto e trovarmi un’Arcadia artificiale dove proteggermi dal mondo e dal male, ma poi mi ricordo che basta uno scudo, uno scudo grande come quello di Aiace e sotto di esso si può ritornare ad affrontare tutto quello che verrà. Benson dice che quello che facciamo, il nostro progetto di sviluppo sostenibile incentrato su un’agricoltura organica rispettosa della natura è una grande cosa, perché chi lavora per dare cibo, foraggia la vita stessa. Anche se guardiamo la fine dei nostri giorni sulla terra, io e Benson, abbiamo la stessa visione. Trovare un antro bucolico dove coltivare la terra, lui vorrebbe coltviare cassava e pomodori e magari mettere su un allevamento di grasscutter, di cui è ghiottissimo, in Brong Ahafo Region, io gradirei una piccola vigna sulle pendici dell’Argentario dove poter abbeverarmi dei  miei ricordi e dei sogni che non furono. Benson depone lo scudo e con fare umile scrolla le spalle, si risiede composto chiudendo il libro. Io lo guardo con ammirazione e gratitudine e penso tra me e me; – Questo è un bel modo di spendere la propria vita.-

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