Maschere

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E’ il quarantaduesimo giorno dal primo caso di coronavirus in Ghana. Dopo un parziale lockdown della capitale Accra, e della seconda principale città del paese, Kumasi, il governo ha deciso di riaprire tutto, proibendo solamente; assembramenti, funzioni religiose e le scuole. Inoltre, vi è l’obbligo di uscire indossando maschere protettive. Così, di nuovo l’Africa prende colore, le strade si popolano di maschere variopinte, dalle più sgargianti tinte, molte di queste maschere fanno pendant con il vestito che le persone indossano. Soprattutto le ragazze sembrano sfilare come se fossero ad un evento di moda. Non tutte le maschere sono così variopinte, a volte vengono utilizzati semplici e corrosi stracci. Queste maschere fabbricate con stoffa sono rilavabili, mentre quelle che si comprano in farmacia sono usa e getta e purtroppo costose, circa l’equivalente di 2 euro, un pasto comprato per strada. Quindi si propende per quelle di stoffa, ricreando così un carnevale anacronistico ed inusuale in un continente che non sa neppure cosa effettivamente sia. Infatti, è difficile incontrare persone che indossano maschere in Africa, si è quel che si è, senza trucchi o trasformismi, altri sono i difetti di questi popoli. Quindi la nostra vita ordinaria è cambiata, indossiamo vere maschere per uscire e per svolgere le nostre commissioni ed il nostro lavoro. Non so fino a quando le persone porteranno volontariamente queste maschere, anche perché con una temperatura media di 30 gradi centigradi è veramente difficile indossarle senza sentirsi soffocare. Spesso infatti si vedono le persone che se le posizionano sotto il mento, tentando per qualche istante di riprendere a respirare naturalmente. Fr. Peter, un giovane salesiano vietnamita, si è messo subito alacremente a cucire maschere per tutto lo staff e la comunità salesiana di Ashaiman. Ha adibito il salone ad una piccola sartoria, riesumato una vecchia macchina da cucire ed iniziato a creare anche lui variopinte maschere da poter distribuire gratuitamente. Si riparte dall’essere nuove maschere di una commedia africana ancora tutta da scrivere. Il gesto di coprire la nostra faccia ci è ormai familiare, ma quante volte lo abbiamo fatto in passato per celare i nostri sentimenti, per tradire qualcuno, per cercare di ottenere qualcosa in maniera fraudolenta come un ladro? La maschera non è uno scudo che ci protegge dall’esterno ma bensì uno strumento che nasconde il nostro male, le nostre cattive intenzioni, il nostro virus di cui siamo contaminati. Ho passato un giorno intero, girovagando per tutta la capitale, per cercare di trovare le maschere con i filtri, le famose FFP2 o FFP3, quelle che proteggono dal contagio, e rimanevo basito da come questo strumento di prevenzione per me essenziale non fosse reperibile, e rimanevo altresì indignato e sconcertato vedendo le maschere di stoffa che non danno nessun tipo di protezione. Ma avevo completamente sbagliato approccio, proprio perché consideravo la maschera un elemento protettivo, mentre è il contrario, le maschere servono a non far propagare il virus che è in noi. Ed adesso ne comprendo appieno la funzione. La parola maschera deriva dal latino manducu, che Plauto utilizzava per descrivere i fantasmi, deriva dall’antico francese mascarel, macchia nera sul viso e dal fiammingo mascheren, tingere di nero. Le radici di questa parola sono diaboliche, malefiche, infatti la maschera nera per eccellenza del carnevale è quella di Arlecchino, che non è affatto un divertente guitto bergamasco, ma bensì la raffigurazione di un antico demone occitano, colui che raccoglieva le anime dei morti, soprattutto nei campi di battaglia, e le conduceva nell’Ade. Per l’appunto il nome arlecchino deriva dall’antico francese Hellequin, spettro. Hell significa inferno in inglese e Hölle König, in germanico, ha proprio il significato di Re dell’Inferno. Nella nostra vita utilizziamo queste maschere per celare i nostri più nocivi virus, ingannare il prossimo e condurlo in inferni, desiderosi di ghermire la nostra vittima come l’Alichino (Arlecchino) di Dante nella Divina Commedia, bramava squartare i dannati che nuotavano nel mare di pece bollente. Questa è la funziona diabolica delle maschere, un astuto strumento di persuasione e malizia. A volte però i poeti possono utilizzarle in maniera opposta, come il famoso poeta portoghese Pessoa era solito fare. Nella sua vita utilizzò svariati nomi per firmare le proprie opere, era in continua ricerca di se stesso e di muse a cui ispirarsi:

il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”.

Analizzando questa frase, si evince che il dolore inflitto dall’uomo attraverso per esempio le maschere, il poeta cerca di esorcizzarlo con lo stesso strumento del carnefice, la maschera. Sporcandosi la faccia di nero cenere, si finge un’altra persona, rassomiglia ad Arlecchino e così può ottenere il lasciapassare per scendere nell’Ade, cercando tutte quelle Euridici rapite e perdute, gli unici strali di luce della sua esistenza.

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