Silenzi – Silvia Romano

Digya

Ci siamo spinti fino dentro il cuore del Lago Volta, attraversando un’alba africana che raramente ho visto così carminea in Africa Occidentale. Per poi camminare per più di un’ora in mezzo nella boscaglia contornati dal vociare delle scimmie e dei babbuini. Assieme a noi c’era un piccolo plotone delle guardie forestali del Parco del Digya, remota riserva naturale nel Nord del Ghana. Ci sono voluti due giorni di viaggio per fare questa missione di monitoraggio, con lo scopo di rilevare le caratteristiche e le potenzialità del parco, per farlo diventare una nuova meta di eco-turismo ed inserirlo così nei nostri programmi di sviluppo sostenibile della regione ghanese della Brong Ahafo. Sono stati giorni duri, impegnativi perché in Africa anche un piccolo viaggio lo è, pensare esplorare un parco naturale praticamente sperduto, senza piste, senza alloggi per dormire la notte, praticamente un viaggio infinito nella savana vergine.

Tornammo a Sunyani, la nostra casa, cotti e stremati a tarda sera, stanchissimi e la stanchezza ci portò a battibeccare sul come poter migliorare il parco, differenti idee vennero fuori, visioni opposte, opinioni contrastanti, il tutto alimentato dal tedio, sembra quasi comico, aver speso due giorni di viaggio per poi litigare su tutto. Ma la mattina dopo, tutto si dipana e riprende il suo posto, ci si ritrova tutti in ufficio; staff senior, staff locali e volontari, scherzando, parlicchiando Twi e riprendendo tutti i dati raccolti per comporre il mosaico della nostra missione e tradurlo in azioni concrete. A distanza di 6 mesi, il progetto del Digya è ancora sulla nostra scrivania pronto per essere implementato, perché quello che conta veramente è innescare il processo, collaborare con le guardie forestali per ottenere un incipit di miglioramento e benessere per la comunità ed il parco stesso. In altre parole? Cooperare.

Questo è uno dei mille esempi che potrei fare su cosa è la cooperazione, sentirsi parte dell’umanità, del tutto e provare a migliorare, perché no, un pezzo di mondo. Ho molto titubato se scrivere oppure no su questa vicenda di Silvia Romano, ma poi mi sono detto che la voce di chi sceglie di vivere questa vita e fare questo lavoro deve almeno avere la possibilità di essere ascoltata. Inoltre di “Silvie Romano”, ragazze alla prima esperienza in questo mondo della cooperazione, né ho accolte tante, ho cercato sempre di insegnargli tutto il possibile, fargli vivere l’Africa e mostrandogli come si può anche vivere per l’Africa. Spero in cuor mio, di averlo sempre fatto bene, tessendo ed intrecciando le culture locali, gli strumenti tecnici, e persino le avventure per arrivare a disegnare il loro personale percorso in questo mondo particolare.

Troppo spesso si parla di Africa e Cooperazione, senza avere mai messo piede su questo continente alieno e senza sapere chi è e cosa fa un cooperante. Proverò a rispondere a 3 semplici domande

Perché si fa il cooperante? Perché ci si crede.

Si crede di poter contribuire a creare un mondo migliore, heal the world make it a better place come componeva semplicemente Michael Jackson. Il cooperante che lavora con questo intento lo riconosci subito, dallo strano sguardo con cui osserva il mondo. Sara ci crede, quando ogni mattina ad Haiti esce di casa per raggiungere il suo ufficio, in un paese che neppure nella capitale esistono strade degne di questo nome, dove le rivolte cittadine sono all’ordine del giorno e dove non ti è permesso passeggiare per ovvi motivi di sicurezza. Ricardo ci crede, nei quartieri più poveri di Luanda, dove il fango corrode tutto, persino i pianali delle auto e dove la violenza e lo sfruttamento infantile produce nugoli di bambini di strada. Io ci credo quando nel Callao, barrio popular, slum di Lima, cerco di migliorare le condizioni igienico-sanitarie dovute alle polveri dei minerali che i camion trasportano verso il porto. Tali polveri ricoprono tutto e chi ne subisce di più l’inalazione sono i bambini, niños de plomo, i bambini che respirano piombo.

Lo stesso credo lo aveva Silvia, quando è partita per aiutare i bambini del villaggio kenyota.

Perché si parte? Non si può aiutare nel proprio paese? Spesso chi parte ha già iniziato con l’aiutare nel proprio paese, ma poi sente l’esigenza di aiutare chi è ancora più svantaggiato.

Fare volontariato è l’essenza e l’anima del cooperante, senza aver vissuto questa esperienza non si può fare bene questo lavoro, perché si perde il dialogo con il soggetto principale della nostra azione, i beneficiari dei nostri interventi. Io prima di iniziare a studiare cooperazione allo sviluppo, e prima di sapere cosa fosse una ONG, ho prestato servizio per 6 anni presso una mensa dei poveri francescana. Lì ho imparato ha “sporcarmi le mani”, anche letteralmente, infatti servivo i pasti una volta a settimana e pulivamo poi il tutto. Da questa esperienza è nata la voglia di aiutare l’altro a me distante. E spesso l’altro distante è avvinghiato in inferni che solo quando ti ci immergi totalmente e fisicamente, ne comprendi la reale esistenza. Ho incontrato l’altro in Senegal quando un bambino mi chiese l’elemosina con ferite sulle gambe da cui uscivamo vermi, ho incontrato l’altro nelle notti di pece di Freetown dove un gruppo di tre ragazzi ciechi in un mercato racimolava ciò che era caduto dai banchi della frutta e della verdura, a tentoni cercando di mangiare quel poco per sopravvivere, ho incontrato l’altro nei poveri di Monrovia, una città completamente devastata dalla guerra e dalle politiche occidentali che ancora oggi stenta a respirare.

Silvia ha incontrato l’altro nei bambini della scuola nel suo villaggio di adozione.

Siete eroi? No, solamente erranti silenziosi.

Mi ricordo una sera ad Accra, cenando con un mio amico di vecchia data, un compagno dalle elementari, anche lui cooperante. Rincontrati dopo anni proprio nell’opalescente capitale ghanese, Riccardo mi sottolinea con forza come non vuole essere identificato come eroe: “Il cooperante è un mestiere ed in quanto tale deve essere riconosciuto così”.

A primo impatto, anche a me ha colpito molto l’abito mussulmano di Silvia, ma poi ogni giudizio perde forza e peso, non abbiamo elementi per giudicare, non sappiamo cosa abbia passato per 18 mesi, può essere sindrome di Stoccolma come non può esserlo. Quello che sappiamo che il gruppo terrorista Al-Shabbab è uno dei più nocivi e spietati al mondo, quindi quali violenze potrà aver subito? La parola da utilizzare è silenzio, perché per l’appunto non siamo né eroi e né martiri. Di fronte a morte certa quanti avrebbero il coraggio di scegliere di morire o piuttosto di convertirsi all’Islam? Di nuovo nella parola silenzio, c’è la risposta che cerchiamo. C’è un bellissimo libro, Silenzio di Shūsaku Endō, che poi Martin Scorzese a riproposto come film. Il libro parla di due missionari portoghesi che vengono mandati in Giappone ad evangelizzare. Una volta arrivati trovano una popolazione ostile che perseguita ogni forma di cristianesimo. I due missionari non riescono a stabilire nessuna relazione pacifica e vengono travolti dalle persecuzioni giapponesi. Uno dei due viene addirittura ucciso, l’altro si converte al buddismo per salvarsi la vita. In silenzio trascorre tutta la vita restante, fino a che muore di morte naturale. Ma quando il corpo viene messo sulla pira per essere cremato secondo la tradizione buddista, fra le mani conserva un piccolissimo crocifisso. In silenzio e nascosto aveva continuato a credere in Cristo ed attraverso il silenzio dialogava con lui.

Silenzio.

Il silenzio è parte integrante del cooperante, lo si impara subito. Mi ricordo la prima volta che ritornai in Italia dall’Africa, avendo passato 3 mesi in un villaggio della Tanzania. Ero desideroso di comunicare alla mia famiglia ad i miei amici cosa avevo visto e vissuto, cosa fosse il mondo alieno su cui ero sbarcato, ma capii subito che c’era una barriera, quello che io consideravo un racconto emozionante per chi lo ascoltava era di poco conto. Con questo non voglio incolpare l’ascoltatore, ma rilevare che esistono due piani di comunicazione, il cooperante fa fatica a descrivere ciò che nel suo errare lo fa sentire vivo, triste, felice o arrabbiato, per questo sceglie il silenzio, il lavorare guardando all’obiettivo specifico, parlando con un termine del nostro lavoro quotidiano, raggiungerlo, per poi godersi il Medase, il Jërëjëf, il Tenki, l’Asante, il semplice grazie di una persona che ha aiutato.

Adesso ripensando alla mia prima esperienza, non avevo seguito nessun tipo di corso di sicurezza, presi un aereo e venni catapultato nella savana tanzaniana. Purtroppo, questa è un’altra dura realtà, per iniziare a fare questo lavoro spesso non si trovano associazioni, ONG serie e per entrare in questo mondo devi per forza fare esperienza sul campo, quindi stretti alle corde si scelgono anche inconsciamente proposte di lavoro che possono compromettere la nostra sicurezza, su questo c’è assolutamente da migliore nel terzo settore.

Quindi nei riguardi di Silvia Romano…. Silenzio…… in fondo è quello che noi siamo.

One thought on “Silenzi – Silvia Romano

  1. Esatto, bravissimo ! Da ieri noto questa campagna di odio nei confronti di Silvia. Perfino un mio pacifico amico, nella sua bacheca Facebook, ha pubblicato uno dei tanti meme-sgottò. Sono rimasto, davanti a quello e a tanti altri post, fermo, senza scrivere nulla. Ero tentato da scrivere qualcosa in difesa di Silvia, ma non mi va. Non è che non mi va di difenderla, non mi va proprio di scrivere, soprattutto perché so benissimo che il mio raro “post NON di odio” porterebbe altri post all’insegna del “si vabbè Mobys, però…”. Silenzio. Anzi, ho già scritto tanto qui 🙂

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