Dove muoiono gli unicorni

unicorniI flutti spazzano la spiaggia costantemente, senza interruzione, l’Atlantico mostra sempre la sua severità ed assoluta certezza, In questo mondo riplasmato completamente dal virus la sua forza e perseveranza rimangono intatte, è come se volesse fracassare tutte le coste dell’Africa Occidentale. Quando ci immergi i piedi, lui ti risucchia, ti scuote, ti ghermisce all’istante. Ogni volta che l’incontro provo una tremenda impotenza nel confrontarmi con esso, come fosse un temuto Re di terre lontane che il solo proferire il suo nome incute timore e reverenza, infatti di fronte al suo trono di conchiglie in frantumi ed ossi di seppia, ciò che sono viene totalmente risucchiato dai suoi infinti e possenti vortici. Mi sento disperso come il vapore acqueo che toccando riva diventa aria e poi nulla. C’è chi cerca l’equilibrio in questa vita, un punto fermo sopra il vuoto che inevitabilmente percorriamo, ma ciò è impossibile o al limite illusorio. Chi avrebbe mai potuto lontanamente immaginare che un virus avrebbe rivoluzionato il nostro modo di vivere per chissà quanto tempo, ma ciò è accaduto e qualsiasi equilibrio è crollato o ha mutato il suo punto d’appoggio. Trovare un nuovo equilibrio significa affrontare un terremoto, un evento che non può essere controllato e ciò può produrre conseguenze serie ed imponderabili. Ho passato questi mesi come un vecchio fabbro forgiando e malleando le mie paure e le mi speranze. Ogni passo fatto nelle fattorie dei contadini era come una conferma su come proseguire in questo mondo mutevole, alle porte della foresta vergine soffermandosi, come per respirare ed inalare l’aria colma dello spirito delle foglie e di umidità, percepivo chiara la mia missione, quella di proseguire su questa via, fino alla fine. Tendere verso qualcosa, senza preoccuparsi di trovare né equilibrio né stabilità, perché è la tensione in sé quella che ci rende essere vivi ed unici, fornendoci una linfa vitale che ci evita di avvizzire nei nostri deserti personali. L’immaginaria fucina di Efesto dove ho trascorso gli ultimi tre mesi sono state le colline degli antichi Regni Ashanti, docili declivi e foreste vergini, ed assieme a me un punto fermo ed una guida è stato sempre Pope, amico e collega, egli mi ha condotto per questi sentieri. Ogni sabato mi invitava a casa sua offrendomi del fufu per pranzo, un rito ripetuto costantemente, che nasce e prende forza dall’atto di raccogliere con la mano la zuppa, lentamente fino a prosciugare il piatto. Così il pranzo del sabato diventava un appuntamento fisso con le tradizioni culinarie ghanesi, un simposio atipico dove non si discorrere ma si mangia in silenzio, pianificando con i gesti e gli sguardi il lavoro della settimana, prendendo forza ed ispirazione dai i gesti uguali e ripetitivi, regole dettate da questo desco ancestrale. Il Ghana è una terra antica, lo si può constatare dalle sue poche formazioni rocciose, che appaiano levigate e smussate, quasi ammassi di creta essiccata, i quali sono stati testimoni nei secoli passati degli stessi gesti e tradizioni che Pope segue e pratica, lo si percepisce dalla compostezza nella loro esecuzione, sembrano facenti parte di una preghiera tramandata di generazione in generazione e noi ne siamo gli attuali testimoni ed esecutori. Portare avanti i progetti in questo tempo di disequilibrio non è stato facile, la situazione difficile ha amplificato paure e timori, ma proprio come una preghiera, ripetere gli stessi gesti ogni giorno avendo ben chiara la metà da raggiungere ha prodotto in me un fuoco vivo che ha dato nuova vita al mio intero spirito. Tale fuoco ha devastato ciò che era superfluo, alimentandosi delle incertezze che quotidianamente affrontavo, purtroppo a volte retaggi di dolori passati, rivelando solo l’essenziale. L’essenziale è scarno, scevro di sogni, soprattutto quelli sfuggenti ed eterei come le cavalcate degli unicorni. Spesso la nostra insoddisfazione ed il nostro dolore dipendono da questi “unicorni”, eventi imponderabili di cui noi non possiamo esserne gli artefici. Camminando tra alberi imponenti e secolari, che raramente ho visto in Ghana, cerco di tendere il mio sguardo e tutto il mio essere verso la fine della loro chioma, collimandomi con la loro quiete, Pope è scomparso nella foresta sacra, rimango solo, il virus ci ha rimodellato il mondo che conoscevamo, le nostre relazioni, le nostre abitudini, tutto. In questa rimodulazione della nostra vita, abbiamo l’occasione di lasciare nel vecchio mondo ciò che bramavamo ma non dipendeva da noi, dalle nostre possibilità o qualità. Lasciarlo andare nell’oblio, non cercare più il bianco unicorno. Quando non cerchi più ciò che non dipende da te, puoi uccidere l’unicorno stesso, relegarlo a quel piano della realtà che sta scomparendo, rimane solo l’essenziale e la consapevolezza di poter proseguire il viaggio senza più inutili fardelli. Pope risbuca dalla radura, con il suo fare giocondo mi riporta alla realtà, volto le spalle ai grandi alberi, socchiudo gli occhi e poi li sgrano sul sentiero, non mi volto più, non possiedo più il desiderio di scorgere il suo manto bianco, mi rilasso e respiro flebilmente, sorrido perché comprendo che alla fine gli unicorni non sono mai esistiti.

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