Ritorno all’isola che non c’è

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La barca scivola  lentamente sul mare oleato fino a quando si imbatte in un branco di delfini che spezzano l’irrealtà che caratterizza l’oceano del mattino. Il loro fendere le onde reca quasi fastidio all’oceano stesso fino quasi farlo arrabbiare. Il vento si alza e le onde si fanno sempre più minacciose, intorno a noi vari relitti di navi abbandonate e corrose dalla fulgente ruggine stentano a morire. Ci allontaniamo dai delfini che si perdono nel blu, facciamo rotta verso la quiete, verso la pace ritrovata, facciano rotta verso São Tomé. Parlando di questa isola non posso non ricordare chi mi ci ha portato la prima volta, il Compadre. Ci siamo visti l’ultima volta in una piovosa Nairobi, confidandoci il nostro futuro e scherzando a vicenda come sempre. Il Compadre è il cooperante mitologico, quello di cui sempre si parla quando si raccontano storie di cooperazione e di Africa. È il perfetto logista, quello che sbiascica qualunque lingua o idioma del continente. È l’amico che ti fa sentire bene anche quando hai un mare in tempesta che urla dentro di te. Infine ha un tocco di magia, che non guasta mai. Per esempio se vai con lui in qualunque ristorante o bettola, prima di ordinare o addirittura prima di sedersi arriva una birra ghiacciata per lui, potremmo dire che dove va il Compadre ci sia sempre una birra ghiacciata di default. In questa nuova avventura sull’isola non posso non ricordare ogni angolo visitato e gustato con lui. Ci lasciammo a Nairobi senza aver potuto brindare alla vita cooperativa come spesso facciamo dalle placide sponde di Zanzibar ai quartieri pieni di luci e birra di Maputo. Ma so per certo che a breve ci rincontreremo affrontando nuove sfide ed avventure con un sorriso stampato ed una birra di default. Una volta arrivati sulla riva di Morro Peixe e lasciatoci alle spalle i gioiosi delfini ci si può riposare su una delle tante spiagge incontaminate. Bambini ridono e giocano, alcuni di loro stanno finendo di ammazzare una seppia credo o una medusa arenatasi. Il sangue si mescola alla sabbia, il mare ricopre il tutto, portando a riva celebri ossi di seppia che tracciano il mio animo di una dolce malinconia. Questa volta mi addentro ancora di più nella cultura dell’isola, passeggiando nei villaggi dei pescatori, parlando con loro e mangiando con loro. C’è molta povertà lo si vede dalle case fatte in legno più simili a baracche che ad altro, spesso i bambini girano con vestiti stracciati e privi di scarpe, inoltre la popolazione è molto diversa da quella del continente africano dove c’è più iterazione con lo straniero, si scherza di più durante i semplici dialoghi e si ride anche di più. Ma comunque si trovano persone a cui interessa avere un minimo contatto, come il signore che ci ha guidato nel parco botanico in cima al Monte Cafè. Li la foresta pluviale regna sovrana, l’odore di acqua e foglie vergini riempie l’aria, solleva gentilmente l’animo di Elena, la mia compagna di viaggio, lo porta ad uno stadio superiore quasi a toccare la volta verde. A quell’altezza tutto viene calmierato, i dolori e le preoccupazioni non scompaiono ma non hanno più quella pungente forza, sono quasi sopportabili. Questa è la principale caratteristica dell’isola di São Tomé, fosse la perduta terra dei Lotofagi? Di fiori multicolori e bellissimi c’è ne sono a miriadi, specialmente sulle montagne, sicuramente alcuni di essi sono fiori della dimenticanza, fiori di Loto. A volte un’impercettibile pioggia da il cambio al sole, rendendo ancora più verde tutto quello che ci circonda, è una pioggia leggiadra che anch’essa ha l’abilità di pulire via dall’anima tutto quello che la rende pesante, liberarsi di zavorre inutili che ci tirano affondo verso un abisso infinito. I paguri sulla spiaggia sembrano non curarsi delle onde che continuano a sbatterli sulla riva, si rialzano sempre e continuano il loro certosino lavoro, la cerca di una casa più grande, un guscio in cui vivere. Vi sono dettagli che mostrano il dolore e la morte in quest’isola, come le barche arrugginite spiaggiate, anime scintillanti perse per sempre, come la crudeltà infantile dei bambini che possono uccidere una seppia sulla spiaggia, negandole un ‘altra vita nel mare, come I boccheggianti pesci nelle piccole reti dei pescatori, urla silenti senza eco. Eppure tutto questo non può intristirmi, basta mangiare un petalo di Loto, metabolizzare il dolore, alienandolo per tutto il tempo in cui si è cullati da quest’isola. A volte sembra di sognare, sembra un posto che non può esistere, tessuto da infiniti fili di magia, forse per questo il Compadre è riuscito a trovarla, solo chi possiede un poco di magia può trovarne la rotta ed insegnare alla ciurma come assorbire il Loto e poter far calmare gli affanni. Mi dirigo sul piccolo molo dove il gestore del ristorante, il Signor Bigodes, mi accoglie sempre con grandi cerimonie facendomi degustare le prelibatezze dell’isola come la Cernia, il pesce dorada, il pesce aceite o il maiale selvatico. Riesco ad interagire con lui con il mio arrancante portoghese misto al mio castigliano dei Caraibi, mi racconta che le cernie stanno scomparendo dai fondali per la pesca eccessiva e se spariscono le cernie sparirà anche un po’ di magia dell’isola. Per questo il Signor Bigodes butta del pane dal molo e divertito guarda i piccoli pesci che mangiano, un gesto che ha il significato di pascere l’isola e le sue creature. Un gestore di un ristorante di pesce che ama dar da mangiare ai pesci. Forse la magia di quest’isola alla fine è solo saper mantenere l’equilibrio, ponendo cose belle su un piatto di bilancia quando il piatto del dolore acquista peso. L’equilibrio nella vita perché mai si potranno eliminare i dolori, ma dimenticarli ed assuefarli si può. Una forte stretta di mano al Signor Bigodes, ritagliando il suo sorriso nascosto dai suoi folti baffi e sono pronto a lasciare di nuovo Sao Tomé, questo scoglio coperto di Loto nel mezzo dell’Oceano Atlantico.

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